Pane degli angeli

No, non ho deciso di far diventare questo un blog di ricette, ma il titolo è d’uopo per l’argomento di cui vi voglio parlare oggi, nel giorno dell’incontro tra i due mondi dei vivi e dei morti.

È stato grazie al RAM Film Festival di quest’anno se mi sono imbattuta in una tradizione georgiana molto suggestiva. Il Festival di Rovereto raccoglie filmati di vario tipo, accomunati dall’interesse per la storia e l’antropologia e io sono stata accolta nella giuria della Menzione speciale Archeoblogger: ho avuto l’opportunità di guardare documentari e film incentrati sull’archeologia ed è stato non solo molto interessante, ma, direi, illuminante.

Navigando sul mare color del vino

Il filmato di cui vi voglio parlare è stato prodotto in Georgia e si intitola Argonavtebis, kolkhebis da okros satsmisis namdvil ambavi. Per chi non mastica il georgiano ecco la traduzione: La vera storia degli Argonauti, della Colchide e del Vello d’Oro.

Una produzione del Toma Chagelishvili’s Studio, Toma Chagelishvili è il regista e anche il simpatico volto che ci guida in questo documentario. Così intendo infatti il racconto dell’archeologia e dell’antropologia georgiana, fatto sulla scorta di una storia ben nota in Occidente e accompagnato dalla presenza scientifica di antropologi e archeologi.

Il filmato è avvincente fin dall’inizio: chi o cosa andavano cercando gli Argonauti quando decisero di salpare verso la Colchide?

…qui fioriscono molti filari di salici e tamarischi e alle cime di questi sono appesi cadaveri, legati con delle corde. Ancor oggi infatti è sacrilegio per i Colchi bruciare gli uomini, e neanche è lecito loro sotterrarli e innalzare sui loro corpi il sepolcro; li avvolgono dentro pelli di bue non conciate e li appendono agli alberi, fuori città: così l’aria ha parte uguale alla terra, giacché sottoterra ripongono le donne, e questa è la norma del loro costume.

Apollonio Rodio, Argonautiche, libro III vv.200-209, edizione BUR 1991 a cura di Guido Paduano e, nei commenti, di Paudano e Massimo Fusillo.

Mogli e buoi dei paesi tuoi

Se quella che avete letto sopra è la curiosa tradizione dei Colchi come ci è tramandata da Apollonio (via Nimfodoro), il nostro Toma ci mostra alcune statuette di bronzo, simili a bambole mal assortite, che gli archeologi hanno trovato sepolte in maniera rituale presso la città di Vani.

Una statuetta datata tra IV e III a.C., dall’articolo del Getty

Nel 2009 il Getty Museum ha fatto una mostra a riguardo: tombe datate tra la fine del V e la fine del III secolo a.C., in ognuna il o la defunta sono circondati non solo da oggetti ma anche da servi e serve, probabilmente sacrificati per accompagnare i padroni nel passaggio verso la morte. Le tombe sono, manco a dirlo, ricche di oggetti d’oro, perfino quella di una bambina di quattro anni. Poco distante dalla necropoli, una serie di sepolture rituali sono state approntate per le statuette, in bronzo con oggetti d’oro, tutte di produzione locale tranne una, un satiro di chiara fattura greca.

Questa visita al Museo Archeologico di Vani, centro amministrativo e poi esclusivamente religioso degli antichi abitanti della Colchide, centro importante anche in età cristiana per alcuni manoscritti noti come i Vangeli di Vani, ha il compito di farci incuriosire e innamorare della storia di questi popoli stranieri eppure affini alla nostra sensibilità di viaggiatori occidentali.

segnalo la pubblicazione online con articoli in open access: Phasis

Breve excursus mitologico

C’è qualcosa di affascinante nella storia degli Argonauti, che secondo me tocca le corde più profonde della nostra sete di mito. La nave Argo è, stando ai resoconti greci, la prima mai costruita dagli uomini; Atena è fondamentale nell’impresa cantieristica

Fu lei stessa a costruire la nave (I, 111-112) …Era in essa una trave sacra che Atena ricavò da una quercia di Dodona e la collocò nel mezzo della carena (I, 526-7)

Argo è una nave che parla, grazie al legno di Dodona, del santuario sacro a Zeus, dove sono le colombe a dare gli oracoli (o il fruscio delle fronde della quercia sacra). Uno dei più begli esempi di culto degli alberi e in effetti di alberi parliamo ancora in questo mito degli Argonauti.

Museo Archeologico Nazionale di Napoli – IV sec. a.C.

Il vello d’oro, infatti, è rappresentato appeso a un albero, attorno al cui tronco è avviluppato un serpente. Di questo animale non abbiamo il nome, sappiamo che la foresta appartiene ad Ares e che il serpente ha una funzione di protezione, tuttavia Apollonio accenna al fatto che sia nato dalla terra del Caucaso, sotto la rupe Tifonia, dove Zeus seppellì Tifone (II, 1215) e Igino aggiunge una genealogia più lineare, sarebbe il figlio di Echidna e Tifeo (151).

Ma il mito ha ben presente un altro serpente avvolto attorno al tronco di un albero: è Ladone, lui sì dichiaratamente figlio di Echidna e Tifeo, che protegge l’albero delle Esperidi, in un luogo ben distante dalla Colchide (secondo alcune fonti il giardino sarebbe a Ovest – della Grecia – nell’Africa settentrionale).

Dal Museo Jatta a Ruvo di Puglia, un vaso di IV sec. a.C. attribuito al pittore di Licurgo.
Fonte dell’immagine è la pagina facebook del museo

Un collegamento splendido, a mio parere, dove entrambi i draghi sono posti a guardia di oro, evidentemente una funzione che non si perderà nel tempo, anzi.

In realtà, il fascino mitologico di questa impresa sta anche in un valore nascosto, perché c’è una raffigurazione di V secolo a.C., opera del grande Douris, che ci parla di una versione che a noi non è arrivata: Giasone inghiottito dal serpente e poi espulso, evidentemente rinnovato e iniziato al segreto del vello che solo ora può essere suo. Su Giasone potremmo aprire più di un capitolo, perché la sua figura di eroe “iniziato” corre su …un sandalo solo, per così dire!

L’interno della coppa di Douris

Aggiungi un posto a tavola

Ma tutto questo parlare di mito non sembra giustificare il titolo che ho scelto per questo post e la circostanza della sua pubblicazione. Il documentario, infatti, prosegue con una nota antropologica da togliere il fiato: ci spostiamo nella regione di Svaneti, nel Nord Ovest della Georgia.

Qui, una ricercatrice dal volto scolpito, Madona Chamgeliani, ci accompagna nel rito del Lipānǟli, nelle fredde notti di metà gennaio.

Si tratta di una cerimonia in onore dei defunti, i quali vengono trattati come ospiti e perciò invitati a visitare la casa e a sedersi attorno a una tavola imbandita. Nella casa in cui si allestisce il banchetto, ospiti in carne e ossa arrivano e sono salutati da una filastrocca di bambini (pare che la presenza di bambini in casa sia di buon auspicio). La casa si riempie delle note festose di canti, intonati in onore dei defunti.

Intanto, la tavola resta imbandita, ma le sedie rimangono vuote, i presenti si siedono su panche e poltrone, non al desco. Perché lì ci sono i defunti.

Immagine tratta dal film di Toma Chagelishvili – il momento del messaggio ai defunti

Il momento sicuramente più intenso è quello in cui alcuni dei presenti decidono di parlare ai propri cari defunti: si posizionano presso la tavola e parlano, raccontano i fatti del momento, forse si sfogano, dialogano senza attendere la risposta. Nel filmato che ho visto mi ha colpito lo sguardo serio di chi parlava, ma ho trovato anche un documentario (in tedesco) dove si possono vedere vari tipi di reazioni.

Ekklesìa

Un paio di giorni dopo questa cena, gli abitanti del paese si riuniscono nel cosiddetto Lalkhori, cioè un’assemblea che ha potere decisionale e, all’occorrenza, può diventare un tribunale popolare. Ultimo atto del Lipānǟli, in questo tribunale si chiede ai defunti di prendere le nostre difese in un immaginario processo che dovrebbe servire, interpreto io, a riconciliare i due mondi.

Quando ho pensato al “pane degli angeli” ho avuto in mente due immagini: il pane, immancabile sulle tavole degli esseri umani, che Omero chiamava “mangiatori di pane” (sito phagoi in Odissea VIII, 222, per esempio – e l’Odissea non è un caso). Poi il concetto greco di angelo come di chi annuncia un messaggio: di certo questa tradizione è un incredibile atto d’amore che esprime la necessità di mandare messaggi a coloro che non ci sono più.

Riccioli d’oro

Concludo questo breve viaggio georgiano con un colpo di scena emozionante, che il buon Toma ci regala a fine filmato. In uno sfondo che ricorda la scena dei due becchini nell’atto V dell’Amleto di Shakespeare, facciamo la conoscenza di Dakhu ed Ermal Kvanchianis, due fratelli che raccolgono oro nel fiume Enguri.

Dopo il segno della croce e l’invocazione della benedizione di Dio, i due si apprestano a illustrare a Toma le tecniche di raccolta. Una di queste include un tessuto posto dentro una cassa di legno aperta, attraverso la quale viene fatta passare l’acqua del fiume: i piccoli filamenti d’oro restano intrappolati nelle trame del tessuto, che viene poi strizzato in una grossa ciotola.

Immagine tratta dal film di Toma Chagelishvili – il vello in acqua

A favore di telecamera, viene infine posto un vello animale nelle acque del fiume, per rendere ancora più evidente quello che il mito ha messo in poesia.

La pelle del vello d’oro è una leggenda, una diceria poetica. Era un libro scritto su pelle, in cui veniva descritto come produrre oggetti d’oro con metodi alchemici

Suda

Il lessico di X secolo d.C. è solo uno dei tanti che cercano di ridurre la storia della spedizione di Giasone a un mito alchemico, prima di lui abbiamo, tra gli altri, Palefato, noto per la sua razionalizzazione di celebri miti, che crea una storia complessa su un tale di nome Krios, cioè ariete, e una statua d’oro.

Nonostante tutti questi tentativi di rendere la storia degli Argonauti più simbolica che mai, il filmato di Toma Chagelishvili ha il merito di darci una spiegazione razionale senza toglierci il privilegio della meraviglia.

Sulle rive del Phasis o dell’Enguri, i cui corsi attraversano sinuosi le fitte foreste georgiane, la ricerca dell’oro produceva monili di cui i Greci cercarono di carpire il segreto.

Intanto, in questa notte in cui i viventi si ritrovano a fare i conti con le loro paure di oscurità, cerchiamo di accendere le nostre tavole e lasciare un posto (o più di uno) a chi può farci luce.

Pubblicato in Mito e letteratura, PAUSANIA - invito al viaggio, Sirene | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Un mese dopo: l’avventura continua con Gertrude Bell

Questa l’immagine della locandina del convegno, una creazione di Pierluigi Longo appositamente per noi.

Esattamente un mese fa ci riunivamo a Firenze per ricordare Gertrude Bell a 100 anni dalla morte.

La tavola rotonda è stata ideata da me e Marina Lo Blundo e ospitata da Camnes, che ha anche provveduto all’organizzazione logistica. Valentina Santini ha avuto la pazienza e la competenza necessarie per aiutarci a sistemare tutto l’occorrente nelle caselle giuste, mentre Myriam Coser, di cosertour, ha accompagnato le tappe del viaggio che hanno portato a Firenze le varie relatrici.

Un caleidoscopio

Ci siamo ritrovate in un panel di sole donne e abbiamo proposto i nostri sguardi per mettere a fuoco una figura affascinante e dalle molteplici virtù. Ingessata in un vestito di fine Ottocento eppure costantemente in movimento, Gertrude Bell è la classica figura di donna “in anticipo sui tempi”, un’espressione che forse in inglese suona perfino meglio: ahead of her times.

La trovate citata spesso tra le donne che viaggiavano indipendenti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, perché Gertrude Bell ha viaggiato molto da sola e ha lasciato interessanti resoconti.

La trovate citata come pioniera dell’archeologia, perché Gertrude Bell è stata archeologa, ha lavorato soprattutto in Anatolia e in Medio Oriente e ha contribuito con articoli su riviste specialistiche alla conoscenza delle civiltà del Vicino Oriente Antico.

La trovate citata anche in opere che riguardano questioni di geopolitica, perché Gertrude Bell si è ritrovata “arruolata” da William Hogarth insieme a un gruppetto di laureati di Oxford, archeologi, la cui conoscenza degli usi e delle lingue nelle terre dell’antica Mesopotamia e in Arabia divennero fondamentali per Winston Churchill nel suo elaborato disegno politico.

Sì, Gertrude Bell è stata fotografata anche accanto a Lawrence d’Arabia. Sì, Gertrude Bell è stata l’unica donna a partecipare al convegno del Cairo del 1921 e sì, Gertrude Bell ha contribuito a definire i confini dello stato dell’Iraq.

9 donne in cerca di Gertrude

Perciò, quando io e Marina abbiamo avuto l’idea di organizzare una giornata per ricordare Gertrude in questo anno così significativo per lei, abbiamo capito che avremmo dovuto coinvolgere più persone per offrire almeno uno sguardo su ogni aspetto della vita di questa incredibile donna.

Le studiose che ci hanno accompagnato sono state: Valentina Flex, dell’Archivio Bell di Newcastle, Joan Porter McIver, Noorah al Gailani e Rosalind Haddon del BISI, l’istituto britannico per lo studio dell’Iraq, una fondazione istituita proprio con un riferimento diretto al lavoro di Gertrude Bell, Ilaria Puri Purini, dell’American Academy in Rome, Ilarihttps://www.durham.ac.uk/staff/ilaria-bucci/a Bucci, Durham University e collaboratrice CAMNES, e infine Alesia Koush, che collabora con CAMNES e con l’UNESCO ed è titolare di una cattedra che si occupa del traffico illecito di beni culturali.

Un gruppo fantastico, che ha davvero portato alla luce non solo l’opera di Gertrude Bell, ma anche i progetti che oggi sono avviati sulla scorta dei lavori di Miss Bell.

Parlare di lei, nonostante tutto

Non posso dilungarmi qui su ogni intervento, anche perché stiamo già lavorando agli atti del convegno e quindi rimando al prossimo anno la presentazione del volume.

Mi piace però ricordare quanto sia stato emozionante e stimolante potersi riunire con studiose che, a vario titolo, da anni incrociano o approfondiscono il materiale che Gertrude Bell ci ha lasciato: libri, lettere, fotografie, relazioni.

Il ruolo di Gertrude Bell nella politica di Churchill non è stato secondario perché si è ritrovata Secretary for the Eastern Affairs, una posizione di responsabilità, in cui Bell era punto di riferimento per ufficiali e ambasciatori. In quale misura miss Bell è stata equa nel presentare le istanze dei popoli del Medio Oriente? Il dibattito è aperto e anche tra di noi relatrici le posizioni sono diverse.

Gertrude Bell ha voluto il Museo Archeologico di Baghdad e ha contribuito a scrivere le leggi che riguardavano i beni culturali iraqueni e dunque anche la loro gestione e salvaguardia, ma questo suo compito non ha potuto sovvertire in toto i rapporti di colonialismo culturale di cui il British Museum teneva saldamente le redini.

Insomma, abbiamo parlato anche degli aspetti più problematici di questa figlia della Gran Bretagna, che si sentiva viva e “persona” solo quando era da sola in mezzo al deserto, alla ricerca di una civiltà antica e forse anche di una dimensione che la liberasse del “corsetto sociale”, per così dire.

Due sguardi

Vorrei concludere rimandandovi a un articolo di qualche anno fa, scritto da Marina Lo Blundo riguardo all’aspetto di Gertrude Bell viaggiatrice: lo trovate qua e vi può far cogliere alcuni aspetti dell’intervento di Marina alla tavola rotonda.

E poi ci sono io, che ho scelto per me un aspetto decisamente poco sviluppato del “multiforme ingegno” di Gertrude Bell: la sua traduzione dal persiano di alcune poesie di Hafiz di Shiraz.

From the Garden of Heaven

Ho voluto approfondire un momento forse marginale della sua formazione, sviluppatosi in pochi anni di permanenza a Teheran, insieme allo zio ambasciatore. Mi sono chiesta cosa avesse spinto questa ragazza a imbarcarsi nella traduzione di un mistico persiano, un’impresa già tentata da altri prima di lei ma con alterni risultati.

La traduzione di Gertrude Bell, ho scoperta, è una delle più apprezzate e così mi sono immersa in questi giardini persiani, il paradeisos di Erodoto e degli antichi Greci, e ho apprezzato la fragranza dei fiori e seguito il volo spensierato dell’usignolo e della pavoncella.

Ho cercato di imparare le allegorie, di bearmi dei simbolismi sparsi ovunque in questi giardini. E poi ho provato ad accostarmi alla luminosa saggezza di Hafiz e a leggerlo anche in maniera più “smagata”, come fa Gertrude. Forse è proprio questo il segreto della sua traduzione, che la Nostra non chiede troppo al testo, ma lascia al poeta la possibilità di scegliere quanto essere effettivamente mistico e quanto solo misterioso.

Qui sopra potete seguire la mia presentazione e, spero, lasciarvi ispirare per future letture.

A breve, invece, riprenderò il tema della poesia persiana, perché dopo Hafiz ho esplorato altri giardini…

Pubblicato in Semel, Sirene | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Carsulae

Sogno di una giornata di mezza estate

Il 20 giugno 2026 Carsulae ha chiamato e noi abbiamo risposto!

Il risultato è l’Archeoracconto più corposo della nostra raccolta, perché a Carsulae abbiamo incontrato non solo appassionati di archeologia e storia antica, ma veri e propri autori di romanzi e novelle, che con questo sito archeologico hanno un rapporto stretto di affetto e confidenza.

Non sembra una coincidenza che uno dei temi più presenti nei racconti sia proprio l’amore, in molte sue forme.

Carsulae è il luogo della storia e degli affetti e qui ci sono gli archeoracconti che hanno messo nero su bianco una Storia che dura ancora!

Pubblicato in archeoracconto | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Dispacci 4 – Sono solo marionette

Torno a parlarvi della mia esperienza in Vietnam e lo faccio con un argomento che mi sta molto a cuore: lo spettacolo di marionette sull’acqua di Hanoi. Un evento decisamente turistico, che però si è rivelato fondamentale per comprendere meglio alcuni aspetti della cultura vietnamita.

Anche in questo dispaccio torna la voce di chi mi ha accompagnato in Vietnam, in realtà la mente dietro al programma di viaggio. Si chiama Luca Lanzalaco e la sua è la voce “storica” dei miei racconti vietnamiti, se volete potete pensare a lui come a una saggia Clio.

Dunque, anche per le marionette di Hanoi, cominciamo con ordine, dall’inizio…

Una storia d’acqua

Entriamo nel teatro delle marionette d’acqua di Hanoi la sera del 24 dicembre: ho deciso, infatti, che anche nell’estremo Oriente – dal punto di vista del mio mondo europeo – mi regalerò una serata di fiaba, sulla falsariga dello Schiaccianoci.

Come Clara mi trovo, così, in un mondo fatto di pupazzi che prendono vita, grazie alla manipolazione di un gruppo di teatranti dalla lunga tradizione. Scopro infatti che la compagnia teatrale di Hanoi venne fondata negli anni Cinquanta del Novecento e che può vantare collaborazioni internazionali.

Se l’origine dello spettacolo acquatico è legata alla situazione contingente di un allagamento avvenuto in un momento imprecisato dell’XI secolo, l’arte delle marionette in acqua si è sviluppata ed è diventata una particolarità vietnamita.

Protagonisti

Immaginatevi la mia gioia nel constatare che, anche in questo tipo di teatro, esiste il personaggio del ragazzino malandrino, per così dire; il guappo che ne sa una più del diavolo, colui che può tranquillamente smascherare le malefatte dei politicanti oppure dei signorotti di turno.

A cavallo del bufalo, il ragazzo suona spesso un flauto

Faccio dunque la conoscenza di Chú Tễu, il “ragazzino sul bufalo d’acqua” e subito mi viene in mente il Karagiozis del teatro delle ombre greco/turco o il nostro Pulcinella: personaggi che possono essere definiti tricksters, seguendo la classificazione più diffusa, cioè figure di bricconi che però hanno un animo buono e che sono costantemente impegnati a elaborare trucchi o scherzi. Le loro idee sono alla base dei racconti più complessi ed esilaranti e alla fine gli spettatori sono dalla loro parte, perché, in fondo, quel che cercano è un po’ di cibo e una forma di giustizia che si basa sul farla franca a scapito del ricco di turno.

Il giovane vietnamita non è maligno nelle sue attività, ma funge spesso da filo conduttore delle varie scene, una sorta di narratore scanzonato che ci accompagna nei diversi quadri.

Quadri antichi

Lo spettacolo di marionette sull’acqua propone infatti una serie di scene, ambientate in un contesto rurale, che si spiega, naturalmente, con l’origine storica degli spettacoli.

Gli spettacoli non sono recitati a voce, ma solo con i movimenti, accompagnati da una musica tradizionale cantata. Le parole di queste canzoni devono servire a illustrare la scena, perciò è d’uopo munirsi di un’audioguida che spieghi quale scena stiamo guardando!

Scena 1: Introduzione con la comparsa del ragazzo sul bufalo d’acqua

Scena 2: Il re Lê Lợi che restituisce la spada alla tartaruga del lago Hoàn Kiế

Scena 3: L’accoglienza trionfale di un giovane che rientra nel proprio paese dopo aver passato gli esami da Mandarino alla corte dell’Imperatore

Scena 4: storie buffe tra un pescatore, sua moglie, una scimmia e alcune anatre (!)

Scena 5: una danza di fenici che si accoppiano felici (lo so, fa rima!)

Scena 6: la fata e le sue ninfe che danzano

Conoscere il Vietnam dalle sue marionette

Lo so, a prima vista sembra proprio quello che appare: uno spettacolo per bambini. Le marionette sono in legno laccato, l’atmosfera è curata, ma si tratta pur sempre di pupazzi dagli sguardi grandi e dai movimenti innaturali che interagiscono con tartarughe parlanti e luminose o con fenici oppure con draghi.

Però gli episodi messi in scena sono legati alla tradizione vietnamita e quindi si riferiscono a luoghi e oggetti che si ritrovano da Nord a Sud lungo tutto il dorso del grande drago!

La tartaruga, la spada e il re

Lo so, sembra il mostro di Loch Ness… ma fidatevi, quell’oggetto dorato che emerge dalle acque vorticanti e in mezzo alla nebbia è un dio! Una divinità tartaruga, a cui si accosta il re a bordo di una barca.

Ho già scritto altrove quanto l’episodio cardine della storia mitica di Hanoi mi abbia fatto ricordare la saga arturiana di Excalibur e la dama del lago. Ad Hanoi abbiamo un lago, abbiamo una spada, ma anziché una bella dama, residuo medievale delle ninfe mediterranee, il Vietnam propone una tartaruga, saggia e in compagnia!

Nel piccolo museo accanto alla pagoda sull’isolotto … si trovano infatti due tartarughe imbalsamate, a perenne memoria dell’incontro con il re Lao Le… Le marionette del teatro sull’acqua riproducono il momento in cui il re, vittorioso sui nemici, mantiene la parola data e restituisce la spada. Il lago, infatti, è detto “Il lago della spada restituita”.

Studio matto e … pieno di speranza

Dove c’è educazione non dovrebbe esserci distinzione di classe

Confucio, Analecta 15.39

Lo so, non si vede molto bene, ma il baldacchino in secondo piano è quello che protegge il bravo studente neo Mandarino

Un altro quadro che mi è sembrato estremamente significativo è quello dell’accoglienza trionfale al giovane che è passato agli esami da Mandarino.

Questi esami furono introdotti inizialmente nel corso della dinastia Tran (X secolo) e divennero popolari nel corso del XV-XVI secolo e poi nell’Ottocento. Proprio ad Hanoi si può visitare un tempio definito “della letteratura” che molte agenzie di viaggio presentano come la prima università del Vietnam.

Si tratta di un tempio confuciano, come ce ne sono molti in Vietnam, con la particolarità di avere 82 stele in pietra (ma originariamente erano 116), ognuna posta sul dorso di una tartaruga in pietra (ecco di nuovo il saggio animale!), dove è possibile leggere il nome di 1307 studenti ammessi alla corte imperiale dopo aver sostenuto degli esami particolarmente complessi.

Ebbene, se le stele e i documenti storici ci parlano della difficoltà degli esami e del ruolo dei “dottorati” una volta entrati a corte, dobbiamo ascoltare i racconti popolari oppure assistere a spettacoli come quello delle marionette per poter osservare gli effetti di questa organizzazione sulla popolazione: il figlio studioso che fa carriera e che quindi può tornare in paese da gran signore.

Ho pensato subito al mio viaggio a Wadi Musa, presso Petra: arrivata in paese mi sono stupita di quanti poster giganteschi fossero appesi in mezzo alle strade. Ritraevano volti sorridenti di ragazzi e qualche ragazza, ammetto che inizialmente ho pensato a un qualche memoriale… invece mi è stato spiegato che si trattava di studenti diplomati! Celebrati in paese come eroi!!

Danza della fata Confetto

Infine, una scena che è davvero l’origine stessa dei vietnamiti: la danza felice di una fata e delle sue ninfe. Naturalmente non si tratta della fata Confetto, quella la trovate nello Schiaccianoci, ma anche qui in Vietnam ci sono le fate, che abitano l’acqua oppure i boschi.

Secondo la leggenda, infatti, la fata di montagna Âu Cơ e il drago d’acqua Lạc Long Quân si uniscono e generano 100 uova, da cui discendono i vietnamiti!

Si tratta di un mito che risale alla dinastia Hồng Bàng, cioè una dinastia che sarebbe documentata dal 2879 al 258 a.C. e che dunque verrebbe considerata divina, perché prodotto di un re drago e di una fata. Inevitabile, per me, pensare ai Mavromichali del Mani, cioè alla famiglia che scatenò la ribellione contro i Turchi: secondo la leggenda, il padre dell’eroe ottocentesco era stato generato da una sirena, accoppiatasi con un Mavromichali in una delle baie della penisola del Mani.

Insomma, c’è sempre bisogno di mescolare il proprio DNA, soprattutto con qualche creatura proveniente dalla natura più selvaggia e in grado di proteggere la prole!

O mythos deloi

L’acquisto di cui vado più fiera! In Vietnam vendono MIGLIAIA di biglietti con vari soggetti, ma io ne ho trovato solo uno con il ragazzo sul bufalo! In effetti, il soggetto era presente su moltissimo merchandising e anche su oggetti come teiere , ma quest’oggettino delicato mi ha entusiasmato! E se non avessi assistito allo spettacolo, dubito che avrei saputo cogliere il riferimento.

Per concludere, posso dire che lo spettacolo per bambini si è rivelato un modo splendido per entrare in contatto con un aspetto della cultura vietnamita: l’importanza della vita rurale, che ritroverò – ad esempio – nelle tombe erette proprio in mezzo ai campi coltivati; certe figure dell’immaginario che ritornano spessissimo – come il ragazzo con flauto sul bufalo d’acqua; l’importanza simbolica di alcuni animali, reali o fantastici, che poi ritroverò in molte fogge in tutte le pagode visitate e anche come elementi decorativi di edifici e giardini; il segno indelebile lasciato dagli esami! Perché non solo ad Hanoi, ma anche in altre città ex-imperiali torna il riferimento agli studenti dottorati e quindi al prestigio di un’educazione confuciana.

Pubblicato in PAUSANIA - invito al viaggio, Sirene | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento